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lunedì 29 ottobre 2012

Divenire atleta nello Zanshin Kai

atleta che lotta con un pitone
Partiamo da un assunto: una competizione non è il fine ultimo di una arte marziale.
La competizione è il fine ultimo di una pratica sportiva.
La competizione è soggetta alle leggi del regolamento adottato in quel contesto.

Un praticante che vuole cimentarsi in quel contesto deve necessariamente prepararsi a tale evento e ciò vuol dire sia sul piano fisico (condizione atletica), tecnico (movimenti, strategie e piena conoscenza del regolamento di gara) e mentale (motivazionale).
Un praticante che aspira ad essere un'atleta oppure agogna a partecipare a tali eventi dovrebbe trovare la possibilità di sviluppare tutte le qualità sopraelencate nella palestra dove pratica la disciplina.
Va da se che un'atleta dovrebbe spendere gran parte dei suoi sforzi (fisici e mentali) nel cercare di armonizzare quelle qualità.

Un'atleta non è un frutto di un atto inconsapevole o fortuito nè, tantomeno, banale.

E' una intenzione costante, giornaliera (e a volte quasi maniacale) nel costruire o acquisire quelle qualità che eleveranno un amatore al grado di atleta. E' una trasformazione, vera e propria. Una trasformazione che per essere innescata necessità di tutte le energie possibili le quali dovranno essere convogliate in un unico punto, verso un unico obiettivo.

Se il praticante omette una delle aree prima elencate non sarà armonico e non avrà la possibilità e la capacità di esprimersi al meglio. Questo è certo!
Non che non possa ottenere dei buoni risultati, ma potrebbe conseguirli attraverso l'esercizio di alcune capacità a discapito di altre.

L'atleta di elite è quello, appunto, che esprime con armonia tutte quelle qualità.

Ma ribadisco, secondo me, che un praticante sportivo - e un marzialista - dovrebbe trovare tutti gli strumenti nella palestra dove pratica. Dovrebbe quindi trovare chi insegna capacità tecniche, chi gli offre un supporto psicologico, chi gli dà la possibilità di sviluppare delle qualità fisiche specifiche. Insomma, avrà necessità di un educatore, sotto tutti gli aspetti. Ecco perché è assai complicato far nascere un'atleta.

Mi spingo con esempi.

Ho conosciuto e visto atleti che per la preparazione tecnica (parliamo di Jiu Jitsu) si affidano ai loro istruttori e/o maestri. Ma spesso, ne fanno anche a meno. Si istruiscono su Youtube o sui DVD o magari attingendo ad altre informazioni da altri atleti compagni. Ciò che ne esce fuori, a mio modo di vedere, non è - almeno in quella fase - creatività ma un brodo primordiale dove si spera nasca qualche buon fiore. Anzi, spesso ho visto atleti mischiare "l'olio con l'acqua" proponendo uno stile che non somigliava di certo a quello dell'accademia che lo ha cresciuto. Viene da sè che l'atleta stesso non esprime così fiducia nell'insegnamento a lui offerto.

Ho conosciuto e visto atleti che per il condizionamento fisico si affidano ai loro istruttori e/o maestri.  Ma spesso, ne fanno anche a meno. Si istruiscono su Youtube o sui DVD o magari attingendo ad altre informazioni da altri atleti compagni (eh si, questo capoverso è identico a quello precedente). Ciò li porta a non partecipare con entusiasmo alla fase di preparazione/riscaldamento sul tatami poiché credono, in fondo, che sia solo una perdita di tempo e che in definitiva è meglio alzare il ferro o maneggiare le corde piuttosto - ad esempio - che fare movimenti preparatori tipici del Jiu Jitsu. Quindi, si vedono atleti sul tatami, sulla moquette della sala pesi, nelle piscine, e impegnati in altre pratiche che lo logoreranno oltre che donargli muscoli e forse qualche altra chance in più di vittoria su un altro atleta. Viene da sè che l'atleta stesso non esprime così fiducia nell'insegnamento a lui offerto.

Ho conosciuto e visto atleti i quali non hanno proprio idea di cosa sia una preparazione o condizionamento mentale. Alcuni si affidano ai loro istruttori e/o maestri.  Ma spesso, ne fanno a meno. Si incitano attraverso motti, attraverso motivi religiosi o politici, affidandosi a testi profondi di cui spesso però colgono ciò che loro vogliono cogliere e spesso è solo la superficie e non l'essenza.  Viene da sè che l'atleta stesso non esprime così fiducia nell'insegnamento a lui offerto.

Altresì è evidente quanto sia difficile trovare un educatore che sia competente su questi temi. Un bravo educatore in fondo dovrebbe essere un tecnico, un istruito ed un filosofo. Qualità eccezionali che non sono acquisite per volontà divina nè frugate in qualche cassetto.
Sono qualità che si esprimono aggiustando la mira poiché la perfezione, si sa, è una idea, è un tendere e non è una capacità di non sbagliare mai. Anche la vittoria è una idea...ma questa è un'altra storia.

Nello Zanshin Kai incitiamo gli allievi a prendersi  cura si di sé stessi, non solo nel Jiu Jitsu ma in tutti gli aspetti della vita ordinaria.
Invitiamo tutti a soffermarsi a quanto gli viene suggerito o agli spunti che ogni tanto lanciamo e quindi ad affidarsi, con introspezione, a coloro che hanno investito tempo ed energie nel sviluppare alcune qualità.
Il Jiu Jitsu per noi è uno strumento, nulla più. Non è il palco dove conquistare ciondoli di ferro e nastrini colorati. Non è la conquista del "adesso sono qualcuno", poiché quel qualcuno svanirà, come sono svaniti nella storia i migliaia di atleti su tutti i tatami del mondo.

Nello Zanshin Kai cerchiamo di capire cosa ci muove e a volte chi ci muove...cerchiamo una indipendenza emotiva e riscopriamo sul tatami l'esercizio della filosofia-pratica.

Anche qualora questa accademia producesse un'atleta di elite, a questo non daremmo più importanza degli altri praticanti ed anzi lo inviteremmo a non alimentare un ego che, di sicuro, già sarebbe pompato a sufficienza.

L'atleta nello Zanshin Kai è rispettoso, fiducioso, nitido, coerente e, in una parola, r-e-s-p-o-n-s-a-b-i-l-e.
Non si fa intimidire dall'altrui pensiero ma ricerca la comprensione e viene incoraggiato all'osservazione.

L'atleta nello Zanshin Kai cresce con la sua accademia, poiché la sua accademia cresce anche con lui.

Osu!